Kosovo, terre d'abbandono

Un tempo venivano abbandonate le campagne per migrare nelle città, ora, anche a causa del recente conflitto, in Kosovo, si lascia tutto, campi, paesi, case. Interi villaggi si svuotano degli uomini rimasti, non trucidati dalla pulizia etnica perpetrata dal genocidio serbo, e migrano verso nuovi miraggi, in cerca di lavoro per poter mantenere la propria famiglia.
Le cause di migrazione per il lavoro, sono spinte da fattori di espulsione come la disoccupazione, l’aumento demografico, la mancanza di prospettive, mentre dall’altra parte si è attirati dalla ricerca di condizioni di vita migliori, dalle opportunità di lavoro, dalla modernizzazione e dalla ricchezza.
Andarsene implica l’abbandono delle famiglie, degli oggetti, delle radici, intere regioni rimangono scoperte di forza lavoro, come ultimi avamposti della società restano donne, vecchi e bambini.
In Kosovo il lavoro manca, non ci sono soldi, le fabbriche chiudono, mentre cresce sempre di più l’occidentalizzazione, i giovani vogliono vestire le marche internazionali, sono connessi a Facebook e non hanno una prospettiva di occupazione stabile.
I padri diventano la manovalanza che, anche verso il nostro paese, viene ad occupare i livelli sociali più bassi, svolgono mansioni pesanti, spesso mal retribuite e con una minor protezione sociale e nelle crisi economiche, sono i primi ad essere espulsi dal processo produttivo.
Una terra dove il futuro è incerto, dove l’effetto dell’abbandono è legato con un filo alla sua causa, la migrazione nella ricerca del lavoro.
Così questo vuoto diventa tangibile, negli oggetti, nelle case, nei giochi e nella bandiera, dove l’aquila diventa sempre più un corvo nero che aleggia sopra le terre kosovare.